La felicità, allora, risiede nello sviluppo armonico della sensibilità, dell’intelligenza, del carattere, ove nessuna di queste dimensioni si espande a spese dell’altra.
Non vi è dunque alcun bene che può dare all’uomo felicità, ma si è felici se si è capaci di valorizzare la vita in tutti i suoi aspetti: ricercare i piaceri senza divenirne schiavi, trarre gioia dall’amore non dimenticando che il donarsi arricchisce più che il possedere, usare l’intelligenza per creare, la prudenza per decidere bene nelle azioni onde evitare conseguenze nefaste, imputabili a superficialità e inesperienza, sapere apprendere perfino dal dolore, trovando nella sofferenza stessa uno stimolo per crescere e non unicamente un impedimento.
Nessuna cosa dà allora la felicità, ma essa coincide con un modo di condursi, è frutto di un’attività, consegue dalla capacità di armonizzare insieme cose, uomini e circostanze, di rendere varia e nel contempo coerente la trama della vita.
Salvatore Natoli, La felicità di questa vita, Mondadori, 2001, pag. 101